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Vecchie tradizioni dimenticate 
Panalœ’ 
 
Il giorno 13 gennaio festa del nostro patrono S. Ilario, Dettoni Ferdinando (detto) Géñ Ferdinànd, per S. Ilario raccoglieva i covoni del frumento dai contadini di Casorate Sempione, li puliva ricavandone i chicchi. Dopo averli insaccati li portava  a Somma Lombardo dal mulino del Malacrida e riportava la farina per fare il pane speciale di S. Ilario, panalœ’ un piccolissimo panino rotondo del diametro di 4 o 5  centimetri circa. Poi distribuiva la farina ai panifici di Casorate Sempione: Bassani, Salmini, Bonfanti dove essi facevano gratuitamente questi panini per S. Ilario. Il panalœ’ veniva offerto durante la messa alla chiesa di S. Ilario, un panino ogni componente famigliare, chi ne voleva di più doveva fare un’offerta secondo coscenza. Il Géñ Ferdinànd mentre lo distribuiva controllava se tutti rispettassero la “regola” ossia, lui sapeva e conosceva tutti i componenti delle famiglie di Casorate Sempione e nessuno “sgarrava”. Alla fine della messa si raccoglievano parecchi soldi che andavano tutti a beneficio di S. Ilario. (Raccontatomi da un vecchio panettiere di nome Bruno Biganzoli. 
 
La Brüþèla 
 
Quando si impastava la farina per fare il pane, durante la mescola si sbriciolavano dei pezzettini (gratùñ), questi venivano poi raccolti e inpastati tra di loro dandoci la forma come un hamburger. Venivano poi messi nel forno del pane e non in quello per  dolci a 180°, in un contenitore di ferro dello spessore di 2 cm largo cm 50 x 70. Il bordo del contenitore si scaldava prima del fondo e provocava una leggera bruciatura, da qui presero il nome di Brüþèla
 
Il pane che facevano i contadini di Casorate Sempione 
 
Ai contadini che volevano farsi il pane con la propria farina, veniva data l’opportunità di usare il forno dei prestinai. Mettevano la farina nella “marnetta”, un contenitore di legno da cm 80x50 alto 40 poi al mattino aggiungevano altra farina,  esempio; se avevano impastato 5 kg con il lievito, aggiungevano altri 7 kg di farina rimpastando tutto assieme, qualcuno aggiungeva all’impasto fichi secchi o acini di uva. Il Bassani regalava il lievito e l’acqua calda e il tutto veniva pagato in “natura”. Quando il pane era pronto da “infornare”, chiamavano il Bassani perché era un compito delicato, prima di infornarlo faceva un segno di riconoscimento particolare, diverso sui pezzi del pane di ogni contadino per non dare adito a “scambi” dopo la cottura.    
Tra le varie  persone che usavano il forno del  Bassani c’erano le signore Ripamonti Letizia e la moglie di Battista Demolli.  
 
Detto: a San Biaþ sa benediþ, gùra e naþ 
3 febbraio san Biagio: benedizione della gola e naso 
 
Fra qualche giorno, il 3 febbraio, ritorna la festa di San Biagio con la tradizionale benedizione della gola, la cui formula, pronunciata dal sacerdote in italiano è:"Per intercessione di San Biagio, Vescovo e Martire, Dio ti liberi dal mal di gola e da ogni altro male. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen" 
Il nuovo e algido benedizionale riformato, nell'appendice I (Altre benedizioni in occasioni particolari), contempla una generica "benedizione per la salvaguardia della salute in una memoria della Vergine Maria o di un santo". Altrettanto generiche e insipide le preghiere che vanno bene per tutte le "occasioni speciali" (un po' contraddittorio, non trovate?), accompagnate poi da questa rubrica: 
 
 
1939. I fedeli poi si possono portare vici o all' altare; il ministro si avvicina a ciascuno con la reliquia (cfr n. 1592) o un altro segno di benedizione, – ad es. per san Biagio mette due candele in forma di croce sotto il mento alla gola di ciascuno – secondo le consuetudini locali. 
Come vedete essa ricorda il gesto tradizionale di benedizione, ma non riporta le parole tipiche (che ci tocca quindi desumere dal buon vecchio capitolo De Benedictionibus dell'antico rituale romanum -  tornato utilizzabile liberamente con il motu proprio Summorum Pontificum). 
Testo preso da: La benedizione di San Biagio http://www.cantualeantonianum.com/2009/01/la-benedizione-di-san-biagio.html#ixzz40tSoOSJe http://www.cantualeantonianum.com  
 
 
 
 
 
 
 
Durante le mie (oramai numerose) interviste con le ultime "Memorie Viventi" di Casorate Sempione, si sentono cose che nessuno immaginerebbe neanche lontanamente, anzi il più delle volte rimango esterefatto e li per li penso, ma... "la ma par na panzàniga" (traduzione da lingua Casoratese a Italiano); mi sembra una favola. Se la notizia "mi prende" allora qui comincia il "bello". Dovete sapere che tutto quello che mi raccontano potrebbe (uso il condizionale) anche non essere vero, e qui comincia il vero lavoro di ricerca sulla conferma della veridicità. Forse mi dilungo troppo (spesse volte sono un pò prolisso, fa parte del mio DNA) ma è per farvi capire come la mia "redazione" Rod & Rod (composta da Piero & Rodoni e qualche dritta dall'esterno) svolge questa ricerca iniziata più di trent'anni fa (1980). Prima cosa prendo appunti scritti che porto sempre con me, chiedo conferma durante le interviste, oppure quando parlo con anziani del paese, non tralascio di certo Internet che è una finestra sul mondo, per queste notizie "particolari", cerco SEMPRE almeno due o tre conferme per far si che la notizia risulti "VERITIERA". Succede a volte che qualche anziano si lasci un pò trasportare dalla "fantasia" e racconti con un pò d' immaginazione, ecco perché ricerco sempre un riscontro per non scrivere cose che qualcuno potrebbe smentire (ad onor di storia VERA). 
 
Una vecchia tradizione che mi ha incuriosito parecchio, abolita solo nel 1965, la benedizione o purificazione della puerpera. Anche a Casorate era in uso fino al 1965 questa "tradizione", dopo il parto la mamma doveva recarsi in chiesa e farsi benedire dal prete per essere purificata (Per questo, insieme al rito legato alla purificazione vera e propria, nel nuovo Messale, nel 1965 l'intitolazione De purificatione S. Mariae è stata abolita e si chiama ora Presentazione del Signore). Durante l'ultima intervista mi è stato detto e confermato da due mamme di Casorate che di sicuro fino al 1957, una di loro subito dopo il parto dovette recarsi in chiesa per la benedizione, questa era la prassi per chi era cristiano credente. A testimonianza potete collegarvi al LINK evidenziato in azzurro qui sotto.      
 
La purificazione nell’antica tradizione  
La purificazione della madre avveniva nella stessa occasione. La visione antica delle cose vedeva la donna dopo il parto come impura. Sia nel mondo ebraico che in quello cristiano essa non poteva per 40 giorni accedere al tempio, toccare cose sacre, finché accolta ritualmente nel luogo sacro, essa non fosse purificata. L’adempienza alla legge prevedeva che la Madonna, come fece, si recasse al tempio recando un paio di tortore o di colombe: l’offerta dei poveri. Anche perché la Candelora cade 40 giorni dopo il Natale, non meraviglia che quest’ultimo sia stato l’aspetto più considerato della ricorrenza, nel nome e nel significato, facendo una festa della Vergine di un giorno in cui Gesù è al centro della celebrazione. D’altra parte il popolo viveva nella nuova veste cristiana antichi riti dimenticati o cancellati del paganesimo, riti di fecondità e di propiziazione, che andavano d’accordo col concetto di purificazione. Concetto che però, come dice il liturgista Rigetti, soprattutto col passare del tempo, si trovava sempre più in contrasto con la visione cristiana, rimanendo strettamente legato a una visione pagana ed ebraica. Per questo, insieme al rito legato alla purificazione vera e propria, nel nuovo Messale, nel 1965 l’intitolazione De purificatione S. Mariae è stata abolita ora si chiama  Presentazione del Signore.  
 
Insalata e ciàp 
 
 
 
Una vecchia tradizione di Casorate dice che il giorno dopo Pasqua (lunedì dell'Angelo) bisogna stare "leggeri". Dopo la grande  
"abbuffata" di Pasqua il piatto tradizionalmente consigliato é insalata e "ciàp", vedi esempio (foto sopra) cosa c'è nel mio piatto: un uovo sodo tagliato in due parti uguali longitudinalmente formano due "chiappe".  
 
I TRII DÌ DE LA MERLATanto, tanto tempo fa, i merli non erano neri come li conosciamo noi oggi, bensì candidi.La leggenda è collocata in un fine gennaio eccezionalmente rigido. La neve, che nel corso dell’inverno aveva ricoperto con un candido tappeto tutte le strade, i campi ed i tetti delle case, ormai gelava per il clima estremo, creando disagi e sofferenze a uomini ed animali. Una famigliola di merli, in particolare, scacciata dal proprio rifugio a causa della proibitiva temperatura e delle continue precipitazioni, trovò sistemazione sotto la grondaia di un vecchio fienile, al riparo dal freddo più pungente e dalle abbondanti nevicate. Ma il gelo continuava ad imporre la propria legge, rendendo impossibile la ricerca del cibo. Il merlo, padre premuroso e compagno amorevole, fu costretto a volare dall’alba al tramonto in cerca di nutrimento per sfamare la sua famiglia, ma, giorno dopo giorno la ricerca si faceva sempre più ardua ed infruttuosa mentre il freddo continuava ad aumentare. La merla, nel frattempo, accudiva i propri “merlottini” intirizziti dal freddo come meglio poteva. Ormai disperata ed in ansia per i propri piccoli, spostò il nido su un tetto vicino, dove un comignolo fumante emanava un po’ di tepore, mentre il merlo spiccò un ultimo volo per trovare qualcosa da mettere sotto il becco. Tre giorni durò il freddo più intenso, gli ultimi tre giorni di gennaio, e tre giorni stette via il merlo. Quando tornò, quasi non riconobbe più la sua famiglia: la merla ed i piccoli erano diventati tutti neri per il fumo e la fuliggine del comignolo! Il primo giorno di febbraio, un pallido sole iniziò timidamente a riscaldare l’aria ed i merli si avventurarono fuori dal nido, ma dei bianchi uccelli di pochi giorni prima non rimaneva che un pallido ricordo: anche il merlo si era scurito a contatto con la fuliggine! Da allora, leggenda vuole che i merli nascano tutti neri. 
 
La leggenda della giœbia 
Giœbia, (la strega d'inverno) la festa delle donne ovvero "la giœbia di dónn", giovedì il giorno in cui si riunivano le streghe; è usanza accendere falò "liberatori" verso la fine di gennaio nei giorni più freddi (i cosiddetti "giorni della mèrla"), un pupazzo, con sembianze di donna, viene bruciato solitamente all'ultimo giovedì di gennaio un modo per allontanarsi dal duro freddo dell'inverno e da questi tre giorni in particolare. 
Se il fuoco sale scoppiettando diritto verso il cielo, la stagione futura sarà felice e propizia e girare tre volte attorno al falò portava bene. 
Scomparso tra le fiamme il fantoccio, si tornava a casa e in compagnia di amici e parenti si gustava l’abbondante cena (a base di riso) preparata per l’occasione. 
 
 
La giœbia di dónn (festa delle donne) 
La puscena di donn, letteralmente dopo cena delle donne (dal lat. post cenam), era un ritrovo serale in versione rosa in cui le donne dei cortili si radunavano, assenti mariti, figli e padri, una volta l’anno, per raccontarsi storie, cantando, ballando, mangiando e perché no? Bevendo anche un buon bicchiere di vino magari di produzione Casoratese che sarà sicuramente stato "ul pisarèla"o"stràscia pàta", prodotto con le uve di Casorate che dava un vino di pochi gradi. Una tradizione locale che si era persa, ma che negli ultimi anni è ritornata in auge. 
 
 
Fatto locale realmente accaduto a Casorate S. 
L’ultimo giovedì del mese di gennaio (di un tempo che fu) le donne si ritrovano per festeggiare fra di loro la “giœbia di dón”. 
Si racconta che una volta, gli uomini, (esclusi dalla festa) giocarono uno scherzo alle donne mentre stavano festeggiando con frittelle e vino dolce, calando una gamba dall’arbüþèll (finestrella nel pavimento della camera per controllare il locale sottostante, nel dubbio che vi fosse qualche visita sgradita) facendola dondolare per aria intonando una tiritera con voce cupa e roca. Le donne tutte spaventate scapparono via, abbandonando tutto quel ben di Dio che gli uomini fecero loro. Ecco di seguito la tiritera. 
 
Dón, dón, andé a durmì,                                  Donne, donne, andate a dormire, 
ghi giald ‘i œcc, i da murì,                               avete gialli gli occhi dovete morire, 
se vurì mia, che Dìu la manda,                        se non volete che Dio vi faccia morire, 
guardé  ' in aria ca dúnda la gamba.              guardate in alto che dondola la gamba. 
 
 
vedi sito di Piero Rodoni: http://www.pierorodonicasoratesempione.it/ Filastrocche e tiritere 
 
 
http://www.bosina.net/2008/02/ra-festa-dra-gibia-o-ra-puscena-di-donn.html  
 
 
La puscena di donn, letteralmente dopocena delle donne (dal lat. post cenam), era un ritrovo serale in versione rosa in cui le donne delle cascine si radunavano, assenti mariti, figli e padri, una volta l’anno, per raccontarsi storie facendo un po’ di maglia, cantando e ballando, mangiando pane, sale e formaggio e perché no? bevendo anche un buon bicchiere di vino (che sarà sicuramente stato quello d’ul casbenatt, cioè di Casbeno, dove una volta c’erano le vigne e si produceva dell’ottimo vino). I mariti, che a loro volta il giovedì precedente avevano festeggiato la puscena di omen, usavano regalare in quest’occasione alle loro spose un dolce a forma di cuore: “cör da bunbun”, per ringraziarle dell’impegno nell’accudire la famiglia. Una tradizione tutta bosina che probabilmente si è persa per strada, soffocata dalla più commerciale e "rossa" festa delle donne, e prima ancora dall'altrettanto commerciale e più vicino san Valentino. Ne riparleremo a tempo debito. Per adesso mi preme chiedervi se qualche signora o signorina varesina la festeggia ancora, oppure se qualhe vostra nonna ha dei ricordi da raccontare. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Processione per le vie di Casorate 
 
Lo sapevate che a Casorate ancora prima della seconda guerra mondiale c'era già qualcuno che precorreva i tempi? Certo qualche anziano si ricorda del "Ferascúñ", che portava due sottilissimi anellini d'oro nel lobo degli orecchi, affermava che gl rinforzavano la vista.    
Nella foto qui sopra, fatta durante una processione (anno 1920 circa), si vede al centro "ul ferasciùñ" con in mano la croce, che era solito portare dato la sua stazza corporea. A sinistra Alfieri Garzonio, a destra Giuseppe Pisani, con gli abiti tradizionali che si usavano in occasioni religiose.   
 
Vecchio Camposanto 
 
recinzione Camposanto, oratorio vecchio, asilo di "paulìt", abitazione del coadiutore 
Vecchio Camposanto: Ex strada del Camposanto ora Via S. G. Bosco (dove si trova il campo di basket).  
14 0ttobre 1905: relazione sul cimitero. «Riportiamo il testo originale». 
Il cimitero vecchio, attualmente chiuso e non più adibito all'inumazione, giace in fregio alla strada del Sempione verso settentrione dell'abitato di Casorate. 
"Esso è costituito da un semplice recinto di forma rettangolare misurante una lunghezza di m. 24,50 parallelamente alla Strada Provinciale, et una profondità o lunghezza di m. 29,80 misura presa esternamente al muro stesso, il recinto è costituito da muratura costituita da ciottoli scaglioni, alta fuori terra m. 2,20 circa, con dado di mattone in oggetto e copertura di tegole o canale a doppio piovente, sulla fronte esistono quattro pilastri di cotto con copertura in beola, due ai lati o vertici, e due simmetrici sulla mezzeria portante il cancello di chiusura formato da montanti in quadretti di ferro con regge orizzontali, lateralmente e nel mezzo degli interpilastri sono aperte due finestre con sasso in vivo a tutto spessore della muratura e ferriate, avente al piede gradino genuflessorio in pietra. Sul lato di fronte esiste altra finestra simile con scosso in vivo, inferriata e gradino genuflessorio come retro, di rimpetto al cancello d'ingresso e sul lato opposto esiste una mensa rustica per l'altare addobbata al muro di cinta, in precedenza sopralzato a forma di prospettiera e attualmente ridotto alla medesima altezza della cinta e come questa ricoperta con tegole a canale. Esternamente al muro di cinta e aderente al medesimo lungo i lati di levante, mezzodì e settentrione esiste una tombinatura servente di scolo alle acque esuberanti che sottopassano la stradella esistente lungo il lato di ponente scarica in un fosso aperto esistente al di là di questa". 
 
 
 
Forse non tutti i Casoratesi sanno che la definizione esatta della località ora piazza S. Rocco anticamente veniva chiamata: «Rüviscéra». L'ho già citato al capitolo: Toponomastica paragrafo: "Rüviscéra". A testimonianza di cui sopra, riportiamo una lettera scritta al Comune di Arsago quando eravamo ancora accorpati. 
Spettabile Giunta Municipale del Comune di Arsago: 
La strada vicinale detta la Stravaccia (ora Via Magenta), descritta sull'elenco al progressivo n° 14 è lunga m. 179 e larga in media m. 1,50 servendo a congiungere la strada Comunale detta della Quadra (ora Via Torino) con quella pure Comunale detta della "Rüviscéra".  
 
                                                                                                                                                                          20 gennaio 1895      
                                                                                                                          Antonio Puricelli Domenico Milani Giovanni Salmini   (firmato in calce) 
 
 
 
La scuola privata 
 
A Casorate, prima della costruzione delle scuole elementari Comunali, la scuola era privata, si trovava in Via Torino ex Contrada della Madonnina, nel cortile dei Demolli (dove c'è il negozio delle erbe,"Tantan"). Si poteva studiare fino alla terza elementare, poi tutti al lavoro quasi sempre nei campi. Chi voleva proseguire per la IV e V elementare, andava alla sera da don Matteo. 
La scuola privata cortile "Tàn Tàn" 
 
Nella foto di gruppo (per gentile concessione della signora Teresa Porrini e figlio professor Giuliano Bombelli) si vedono le bambine della terza elementare anno 1912; la "Sciúra Teresa" è la terza da destra della penultima fila con il grembiule bianco. La signora Teresa mi disse che le lezioni si svolgevano in Via Torino, 25 "in di ca dal Tan Tan" Demolli.   
La signora mi fece notare che, nella prima fila per non far vedere tutta la miseria che regnava a qui tempi, le bambine portano gli zoccoli dei loro genitori, che erano le scarpe della "festa" o delle grandi occasioni, infatti, se osservate bene, si notano le sproporzioni tra gli zoccoli e i loro piedini.  
Alla signora Teresa va un ringraziamento particolare, oltre ad avermi messo a disposizioni tutte le sue foto di famiglia, essa è stata una fonte inesauribile d'informazioni varie.  
Un ringraziamento particolare alla sciùra (signora) Teresa (dalla redazione Rod & Rod). 
 
 
COSTRUZIONE DELLE SCUOLE ELEMENTARI DI VIA E. DE AMICIS 
Casorate ebbe la scuola solo nel 1913. Fino ad allora le classi elementari erano ospitate nei locali del municipio. In quell'anno si portò a termine il primo lotto dell'attuale scuola elementare che comprendeva il piano terra, esclusa la palestra. Al 1909 risalgono i preventivi. Nel 1900 il comune comperò i terreni di Cattoretti Eugenio e Chiaravalle Ambrogio, sui quali doveva sorgere la scuola. Era sindaco allora il Signor Dettoni. Si progettarono aule per 44 alunni l'una. Nel 1938, per iniziativa del Podestà Salmini Giacomo, vennero aggiunti un altro piano e la palestra. Già nel 1930-31, però, i nuovi locali risultarono insufficienti. Si incominciò col riordinare le classi più numerose che ebbero l'insegnamento ad orario alternato. Una classe venne poi istituita al municipio.La notizia dell'ampliamento della scuola fu riportata anche su un giornale dell'epoca e si diede grande importanza alla costruzione della palestra, attrezzata anche per rappresentazioni organizzate dalla scuola. 
 
Insalata e "ciàp" 
 
Una vecchia tradizione di Casorate dice che il giorno dopo Pasqua (lunedì dell'Angelo) bisogna stare "leggeri". Dopo la grande  
"abbuffata" di Pasqua il piatto tradizionalmente consigliato é insalata e "ciàp", vedi esempio (foto sopra) cosa c'è nel mio piatto: un uovo sodo tagliato in due parti uguali longitudinalmente formano due "chiappe".  
 
 
I "mitici" anni 60 
 
Alcuni giovani sentendo parlare dei fatidici anni 60 si chiedono: ma cosa c'era di così magico e irripetibile in quegli anni? Perché ogni tanto si rievocano con tanta nostalgia? 
Io, ragazzo di allora (nel 1960 avevo 15 anni) li ho vissuti in prima persona, molto "intensamente", cercherò di spiegarvi nel modo più obiettivo possibile come si viveva e cosa succedeva in quel periodo particolare.   
Era iniziato da poco il boom economico, le fabbriche lavoravano a pieno ritmo, la gente cominciava ad avere qualche soldo in tasca, noi ragazzi sognavamo il "motorino" (il classico scooter di oggi di cc. 48/50), qualche diciottenne di famiglia numerosa aveva già la "macchina (la classica 500 o 600 di quegli anni), ma era un sogno proibito per me. 
I ragazzi più grandi di noi organizzavano i primi "festini" con le ragazze in casa di amici, ma che saranno mai questi festini? Qualcuno di voi si chiederà. 
Le ragazze non erano "libere" come oggi, poche frequentavano i bar e solo di domenica pomeriggio (alcune andavano anche a ballare nei paesi limitrofi) raramente di sera, si pensò cosi di inventare i "festini" per conoscere qualche ragazza. 
Si organizzava una "festa da ballo" a casa di qualcuno che aveva un locale a disposizione (possibilmente lontano da occhi indiscreti come ad esempio i genitori o fratellini ecc.), base essenziale; un giradischi, dischi con canzoni "lente" (tipo "una lacrima sul viso" di Bobby Solo), musica che ti permetteva di ballare quasi fermo, qualche bibita, poca luce. Si invitavano le ragazze cercando di essere in parità fra maschi e femmine, in modo che nessuno portasse il "moccolo" (rimanesse solo senza compagna). Durante la "festa" ci si "provava", ossia si cercava di trovare la ragazza che ci "stava" (non pensate male), ossia che le piacevi, cercando di fare coppia e avere anche tu la tua ragazza. 
Per i giovani di oggi che, leggendo queste righe, forse sorridono perché oggi anche le ragazze ci "provano" e non occorre più darsi da fare come una volta (ecco il declino del vero maschio cacciatore), ma per noi ragazzi degli anni 60, era qualcosa di magico, tutte le occasioni erano buone per far "festini, specialmente a capodanno e sabato grasso, guai rimanere a casa (almeno per me) voleva dire essere tagliati fuori, ossia senza ragazza e amici. C'era un'atmosfera gioiosa, allegra, spensierata, tutti si volevano divertire, non esistevano ancora le discoteche, c'erano sale da ballo che contenevano da 100 a 300 persone, ed dopo un poco che le frequentavi riuscivi a conoscere tutti, perciò eri costretto a cambire sala per avere altre occasioni (a meno che trovavi la ragazza giusta e ti fidanzavi). Nel mese di agosto avevamo 15 giorni di "ferie" (oggi si chiamano vacanze, minimo 20 giorni lavorativi e si possono fare tutto l'anno), e allora ci organizzavamo per andare al mare (una novità, prima si andava al ticino di Somma Lombardo), qui entra in scena il mio amico Gianni (l'organizzatore). Partenza in treno (strapieno, per fortuna una ragazza mi fece sedere sulle sue ginocchia) per Cattolica, arrivo ore 7 circa, la grande novità, il mare, le ragazze e altro ancora, eravamo supergasati.  
Quelle due settimane, per me indimenticabili (ma penso per tutti noi cinque), sono volate, vuoi perché era la prima volta che andavamo al mare in compagnia, saranno state le ragazze che abbiamo conosciuto (straniere comprese), oppure il clima, l'atmosfera, la novità, ancora oggi quando ne parliamo mi vengono le lacrime agli occhi. 
L'anno dopo si cominciò ad usare la macchina, era tutta un'altra cosa, ma non fu mai avventuroso, emozionante ed irripetibile come la prima volta in treno.   
Nelle giornate uggiose d'inverno, mi capita spesso riguardare vecchie foto, in particolare quelle degli anni 60, e vedendo persone e luoghi a me cari, mi sembra di rivivere quel periodo magico di quando eravamo ragazzi e ci si divertiva veramente, dove la parola amicizia aveva valore. 
Mi spiace per i ragazzi d'oggi che non hanno potuto vivere quel periodo "storico" e irripetibile, oggi è tutto facile, basta chiedere ai genitori ed ecco fatto, cosa non farebbero perché i loro figli non siano da meno dei loro compagni, non si può non vestire "roba firmata", la macchina personale, e i soldi per la pizza discoteca e benzina, qualche volta si dovrebbe dire "NO", non possiamo, e anche i figli capirebbero e darebbero più importanza al valore intrinseco della vita.  
 
Massime di Piero Rodoni 
La gioia è la virtù dell'anima. 
L'amore è il seme della vita. 
A volte bisogna perdonare per non soffrire. 
Bisogna saper guardare nell'anima delle persone. 
Quando credi di conoscere una persona è facile prendere una delusione. 
Se non hai fiducia in chi ami sarai sempre deluso/a. 
Saper perdonare veramente è una cosa solo da Santi. 
Fai del bene scordati, fai del male ricordati.   
 
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