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- pagina 2 - La "Ratera" dal 1886 
                   Spedizione Tiþinàsc 
                   U.O.E.I. 
                    1° complesso di Casorate Sempione anno 1966: THE LADIBIRDS 
- pagina 3 - Il campo "Balilla" (alla casa dei cacciatori)  
                   Racconti del tempo di guerra, di Luigi Parolo 
                   Brandelli di memoria: ul témp perdü, di Carlo Bertolo (definito dai casoratesi "ul poeta") 
- pagina 4 - Vecchie squadre di calcio casoratesi del: 1915 - 1938 - 1946     
 
Ricordi di un tempo che fu 
 
i gelati 
 
Carrettino a mano per la vendita di gelati sulle strade, di proprietà del signor Gino Ielmini, "Gino laté". Tutti lo conoscevano aveva anche un negozio di lattaio e frutta e verdura in Via Torino, vicino all'altro negozio di biciclette del "Murnarèll". I più vecchi tra i casoratesi ricordano anche il "Salvadúr" anche lui col suo carretto pieno di gelati: era un uomo alto, robusto, sempre sorridente e circondato da bambini che volevano un "cono" (quando riuscivano a mettere insieme i soldini!). 
Nella foto: (gentilmente donatami dal sig. Gianni Puricelli “Gianni Biþèñ”) in primo piano il carrettino, appoggiate, da sinistra, Luigia Puricelli, Bruna Biganzoli, Agnese Cattaneo, Elda Ielmini. 
 
 
Il carnevale 
 
carnevale 1987 
 
Rappresentazione simbolica della famosa " curiera di Paulìtt" che li portava a gallarate per sentire la messa domenicale. 
 
Sfilata dei carri di carnevale del 7 marzo 1987, il carro è stato ideato dal rione Sempione in collaborazione di volontari di altri rioni, la "stilista" delle divise dei "Paulìt e Civàsch" la signora Adriana C. Alla guida della "curiera" il signor Pierino C. 
Foto di sinistra, in primo piano “ la curiéra “ con attorno i “ bambini “ degli asili di allora con la “divisa “ che li contraddistingueva, a sinistra il grembiule tassativamente azzurro dei Paulìtt a destra grembiule bianco dei Civàsch. All’estrema destra “ l’asilo dei Civàsch. 
Foto di destra, il grambiule dei Civàsch in primo piano, la seconda bambina da destra (la più piccolina che guarda l'obbiettivo) è la pronipote dell'autore della canzone dei Civàsch e Paulìtt  Iglio Rodoni. 
Cose che succedevano 70/80 anni fa e che portarono il paese alla divisione formando le due fazioni, «Guelfi e Ghibellini »  
Paulìtt e Civàsch”. Un dualismo che di tanto in tanto si rappresenta con qualche allegra trovata, un modo originale per far rivivere al giorno d’oggi le vecchie tradizioni. 
NB io sono un "civàsch", sarà forse perchè mio zio ha scritto "la canzúñ di Paulìt", ma... 
 
 
Il "bagno" (camàr) di una volta 
 
 
Qualche anno fa, non avevamo il bagno ben riscaldato in casa che ci permetteva di usufruire dei suoi servizi a tutte le ore del giorno e della notte senza problemi di luce o d'intemperie. Ma quando dovevamo fare i nostri “bisogni corporali” dovevamo attraversare il cortile (magari con 40 cm di neve) e introdurci in quel bugigattolo chiamato * cèsso *"Kàmar", (anche *nümar cént) al freddo e al buio con tutti i suoi problemi. Invece per fare il “bagno” si usava il * “bagnèñ”, solitamente si faceva al sabato sera o la domenica, nell’unico locale riscaldato che era la cucina, se era d’inverno. 
Nella foto (gentilmente concessa dal prof. Parolo) si nota la porta in legno con scritto 100, che è l’equivalente di toilette, latrina, gabinetto, cesso (in dialetto * “cèss” o * "kàmar"). 
 
* vedi voce sul vacabulàri 
 
 
La cisterna o carro botte  
 
la búnza da spazà i letrìn 
 
Anni fa non esistevano i concimi in “scatola”, quelli che oggi troviamo un po’ dappertutto, (fra poco anche in farmacia) che non si sa cosa realmente contengano, o che nocività possano avere. Una volta per concimare i campi o gli orti usavano il concime naturale, quello prodotto dagli escrementi animali, (generalmente da stalla), oppure quelli umani. Quelli prodotti dagli animali venivano raccolti dalla stalla assieme ad un poco di paglia, quella che serviva come letto per gli animali * stràmm, e veniva accatastato nelle vicinanze della stalla (con tutti i suoi profumi) per poi lasciarlo “maturare” in attesa di essere sparso sul terreno prima dell’aratura. Quelli “umani” venivano prelevati direttamente dal * cèss o càmar, tramite il * bunzàtt  e messi nella * búnza  (vedi foto), venivano poi scaricati tramite una specie di getto collegato ad essa, che percorrendo il campo avanti e indietro, irrorava la terra concimandola. Alcuni la prelevavano direttamente dalla * letrìna depositandola sull’orto, (magari davanti alla porta di casa) per avere la verdura più bella e i pomodori più grossi e belli rossi. Oggi ci si deve “accontentare” del concime in scatola che si trova quasi dappertutto. 
 
NB la "tecnica" per riempire la * "búnza" (dato che non esistevano ancora le pompe ne i trattori per aspirarla), consisteva in una pertica di legno lunga circa mt 2,5 col legato sulla punta un latta di lamiera (tipo quella dei sughi di pomodoro ma alta circa cm 30/40 e 30 di diametro), veniva calata nella cisterna "raccoglitrice" tramite l'apposito chiusinio predisposto per le ispezioni e manutenzione. Quando il "barattolone" era pieno lo tirava su e lo versava nella * "bunza" tramite l'apposita apertura superiore quadrata (vedi foto), poi partiva per la campagna e tramite una barra di legno che fungeva da rubinetto sotto la bunza (vedi foto), la tirava avanti o indietro facendo anche da regolatore per il getto che irrorava i campi.   
 
Nella foto la: * búnza con la quale si irroravano i campi prima dell’aratura. (la foto è tratta dall’opuscolo a cura della  
Biblioteca Civica e dell’Assessorato alla Istruzione  e Cultura del Comune di Cardano al Campo). 
 
* vedi voce  sul "vacabulàri
                                                                                                         I funeraliVecchie usanze funebri. 
 
                                                                                                          
                                             Bambini dell'asilo di "civàsch" e "paulìt "       I "Lüiþìt "davanti, al seguito la "la schœra di óm"  
                                                                                                                     
                                                                              Il carro funebre di una volta                                              La "schœra di dón
Foto di due funerali di persone molto note in Casorate di famiglie benestanti che noi chiamavamo "i sciùri", i signori.  
 
Una volta le persone morivano più di frequente d'oggi, forse causa del troppo lavoro massacrante nei campi, o mancanza di cibo e medicine, e non ultimo la scarsa igiene. 
Quando una persona stava morendo si chiamava il prete per dare l'olio santo (oli sànt), appena morto si faceva suonare la campana (i dúnd), arrivava l'addetto alle onoranze funebri (macaréñ), con il suo triciclo con l'asse (l'àss da mórt) per stendere il morto; egli si occupava (se maschio) di vestirlo e fargli la barba. Sulla rete del letto si appoggiava l'asse su cui era deposto il morto con un mattone sotto alla testa. Ai lati del letto venivano posti due candelieri (candirée). Alla sera si recitava il rosario, poi restava qualche parente e amico per la veglia funebre, era usanza mangiare il risotto con qualche bicchiere di vino per rimanere svegli e controllare che le candele rimanessero accese. Il funerale poteva essere di prima, seconda o terza classe, dipendeva dal numero di preti e dai soldi che si potevano spendere. Il funerale era preceduto dai bambini dell'asilo, che a preferenza dei parenti potevano scegliere fra Civàsch e Paulìt, oppure tutti e due. A certi funerali "importanti", persone ricche (i sciùri), partecipavano, il gruppo delle "figlie di Maria", ragazze sui sedici anni circa e quello dei ragazzi (i Lüiþìt). Seguivano (la schœra di dón) la scuola delle donne (donne anziane), con il tradizionale abito nero con medaglia che usavano durante le processioni religiose e funerali, sul capo un fazzoletto (foulard) nero lungo (panét), alla testa tre donne, quelle ai lati con in mano i ceroferari (zifulari), al centro la croce (crúþ), quella degli uomini era preceduta dal "Ferasciùñ" al centro con un grosso crocefisso che portava sempre lui, vestiti di bianco con mantellino rosso con appeso una grossa medaglia di San Luigi. Si portava il lutto per un anno, se era un genitore, sei mesi per fratelli e nonni, tre mesi per zii e altri parenti. Le donne si vestivano di nero, gli uomini portavano una fascia nera al braccio e la cravatta nera.  
 
Nella foto di sinistra, fatta durante il funerale di una persona che apparteneva a una notissima famiglia casoratese, si possono notare in prima fila i bambini e le bambine dell'asilo dei Civàsch, seguiti dalla "schœra di dón" (scuola delle donne) e da tutto quello che segue ogni funerale importante. 
Nella foto di destra, gentilmente concessa dalla famiglia Chiaravalle, in primo piano i ragazzi (lüiþìt) seguiti dalla scuola degli uomini (schœra di óm). 
 
A ogni funerale erano presenti i bambini dell'asilo di una o dell'altra "fazione" (Civàsch o Paulìt) a seconda dell''origine del defunto. In alcuni casi erano presenti entrambi gli asili, per esempio quando il coniuge defunto apparteneva ad una "fazione" e l'altro all'opposta. Le due foto sopra dello stesso funerale sono state fatte sulla "Strada per Gallarate", dopo la costruzione del "caþèl" (vedi capitolo toponomastica paragrafo caþèl), prese il nome di Viale alla Stazione; ora e Via Milano.  
Nella foto sotto del 1932, gentilmente concessa dalla signora Lilla Rotolo (funerale di Luigi Cattoretti), si possono notare i compianti: don Matteo (primo da sinistra) e don Luigi Mariani (terzo da sinistra), la foto è stata fatta dalla "famosissima" piazza Carducci
 
 
Gli asili e i funerali 
 
 
I due asili: sinistra "civàsch" destra "paulitt" 
Dal 1909 circa, quando esistevano, come abbiamo già detto, due distinti Asili, quello Comunale "Principe di Piemonte" dei "Civàsch" e quello privato "Regina Elena" dei "Paulìtt" anche il paese risultava diviso in due fazioni: l'Aþilo da bass i "Civàsch", l'Aþilo da súra i "Paulìt". Quando moriva una persona bisognava rispettare i rituali, dopo aver espletato tutte le pratiche civili si passavano a quelle religiose. Fino a quando si sceglieva il tipo di funerale, se di prima classe (solitamente per i ricchi), o dell'ultima classe (se era povero), il posto al cimitero, la cassa da morto, i fiori, ecc. non c'erano problemi, però quando si doveva decidere quale asilo accompagnasse il feretro, qui cominciavano la diatriba tra i famigliari. Se i parenti erano della stessa "fazione" (dello stesso Asilo), la cosa era risolta, si avvisava la superiora dell'Asilo scelto e tutto correva liscio. Ma se i parenti erano di due fazioni? ("Civàsch" e "Paulìtt"), qui ci casca il morto (è proprio il caso di menzionarlo), si discuteva anche animatamente cercando di scegliere quello della propria parte, se non si riusciva a trovare un accordo allora si facevano intervenire entrambi mettendo pace in famiglia. Nella foto sopra del 31 agosto 1952 (per gentile concessione della sig.ra Teresa Porrini in Bombelli) si vedono i due Asili schierati: a sinistra i "Civàsch" con la "divisa" bianca, a destra i "Paulìtt" con la "divisa" azzurra nell'attesa di accompagnare il feretro alla chiesa per poi proseguire fino al "Búrg" (raramente al cimitero). 
Nella foto, il portabandiera dei Civàsch in primo piano a sinistra è il sig. Gianluigi F. 
 
Un testamento Olografo per il funerale 
 
Testamento olografo per un funerale  (ho nascosto la firma per rispetto)  
Sul retro del testamento c'è scritto: Questo è il mio Desiderio Li 8 settembre 1929 
 
NECLÈT 
DA "OSTERIA DELLA MONTAGNETTA" A "TRATTORIA DELLA MONTAGNETTA" 
 
Neclèt: fra la Via Marconi e Via Milano. Ex Strada Vigna di Dietro e Strada Corsia dell’Oratorio. Fino a qualche anno fa c’era la OSTERIA DELLA MONTAGNETTA poi modernizzatasi in TRATTORIA DELLA MONTAGNETTA (vedi le vecchie insegne sulla parete), che per i Casoratesi era nota come “Neclèt” dal nome del proprietario "Anacleto" Ughetta che la gestiva con i figli Maria e Virginio. Era una antica osteria, poi trattoria caratteristica/particolare, vi si potevano gustare degli ottimi salamini cotti  sotto  la brace accanto al camino, seduti comodamente su panche, sorseggiando del  buon vino in compagnia, pigiato direttamente dal "Neclèt" che possedeva anche un grosso torchio a mano per spremere le vinacce. Quasi tutti i contadini di Casorate avevano la propria vigna, dopo la vendemmia l'uva veniva pigiata in una "marna" (tinozza), il tutto si versava in un grosso tino e si lasciava fermentare, quando il mosto bolliva, con i forconi si frollava e dopo circa otto giorni era pronto il "novello" che veniva versato direttamente dal tino, tramite la sua spina, nelle damigiane o botticelle ad "invecchiare". Il mosto (acini, bucce e raspi) si portava dal "Neclet" per torchiarlo ricavandone il "caspi" (mosto), si versava nella "brinta" (bigoncia) che avena lateralmente due cinghie (spalline) per portarla sulla schiena simile a una gerla e si portava a casa. In pagamento le vinacce si lasciavano al proprietario del torchio "Neclèt" che le distillava, ricavandone buona grappa per i clienti. Il "novello" era pregiato, il "caspi" (mosto) molto meno, era ricavato dall'uva "mericana" (Americana) e il "clintóñ" (clinton di origine americana), un'uva poco alcolica che i casoratesi chiamavano "pisarèla" e "stràscia pata" il primo perchè faceva fare tanta pipì, il secondo perchè dalla fretta di fare la pipì ti faceva rompere i bottoni che si usavano una volta nell'apertura davanti ("pàta") dei pantaloni.                                                                                             
La compagnia della stella alpina  
"in dal Neclèt
 
La cumpagnìa dal birœ 
Alcuni clienti dell' OSTERIA DELLA MONTAGNETTA  poi divenuta TRATTORIA DELLA MONTAGNETTA (Muntagnéta) , anno 1940 circa, ancora oggi 04/09/2010 è visibile sulla parete verso la scaletta di Via Milano le due scritte sovrapposte, per i casoratesi veniva chiamata "NECLÈT", nome dialettale del proprietario Anacleto . Nella foto sopra, la compagnia "Stella Alpina", detta anche "dal Birœ" (tappo di legno). Si trattava di una "bacheca" di legno appesa alla parete con tanti fori nei quali c'erano dei tappi di legno (birœ) personali; ogni socio, prima di bere un bicchiere di vino (o altro), si doveva ricordare di togliere il "birœ" e prima di andare a casa lo doveva rimettere al suo posto. Chi beveva senza aver tolto il tappo o se ne andava senza averlo inserito nell'apposito foro doveva pagare il pegno, una piccola somma da depositare in una cassetta. Alla fine dell'anno si apriva la "cassa" e i soldi ricavati venivano utilizzati per fare gite o per altre iniziative. La "bacheca" in legno era tutta lavorata a mano (chi l'ha vista afferma che era bellissima), ed era opera dell'allora noto scultore del legno Riccardo Rossetti (il sesto da sinistra in piedi). Osteria tipicamente "particolare", diciamo lasciata integra come quando fu costruita la casa in origine (io ero ragazzo ma ricordo). Un vecchio bancone dove i clienti si potevano appoggiare...  
   
Nella foto, (per gentile concessione della sig.ra (Clarina) Clara Raimondi in Castelli) la compagnia al completo. 
1 da sinistra in piedi: Mattaini Dante 2° Ughetta Virginio 3° Raimondi Carlo 4° Zenaldi 5° Dozio Attilio 6° Rossetti Riccardo   
7° Dettoni  8° Ughetta Giuseppe ? 9° ? 
1° da sinistra al centro ? 2° Cattoretti Alfieri 3° Tognella Sirio 4° ? 5° Castano Oreste 6° Dettoni Ugo 7° Dettoni Oreste. 
1° da sinistra davanti accucciati: Porrini Vito 2° Dettoni Virginio.  
1° da sinistra sdraiati Nedri 2° Milani Alfieri. 
 
 
Vecchi cortili ("cúrt vec") 
 
 
Il mio cortile (io sono 1° a destra) 
I cortili di una volta erano abitati da parecchie famiglie, per lo più  poverissime, le case avevano le pareti di notevole spessore, fatte con sassi e calce, il soffitto era di legno e il pavimento in terra pressata ("gerúñ"), il camino (che scaldava poco e faceva tanto fumo) per cucinare, qualche mobile e poche stoviglie. 
Alla sera d'estate le donne si riunivano nel cortile portandosi qualche sedia o sgabello, le più anziane rammendavano (cüþìvan) i panni dei loro famigliari, le ragazze da sposare ricamavano la biancheria come dote (schìrpa), qualche vecchietta recitava il rosario o pregava per il marito defunto, e facevano anche pettegolezzi. I bambini più piccoli giocavano a nascondino o altri giochi da cortile, il tutto si svolgeva in completa armonia. La maggior parte degli uomini andava all'osteria (cìrcul), dove s'incontravano per parlare del lavoro nei campi e i loro problemi e dei fatti successi in paese, poi dopo qualche bicchiere di vino, gli animi si surriscaldavano e cominciavano a lamentarsi delle loro mogli, figli e chi più ne ha più ne metta.  
Verso le 22 quando iniziava il buio le donne chiamavano i figli, raccoglievano la loro roba ed andavano a letto aspettando che rincasassero i mariti o i figli grandi. I mariti (qualcuno magari brillo), dopo la serata passata in compagnia di amici, ritornavano a casa soddisfatti e contenti, e andavano a dormire pensando alla giornata di duro lavoro che li attendeva il giorno dopo. 
D'inverno le persone di casa si sedevano davanti al fuoco del camino, le donne anziane, che avevano sempre freddo, mettevano sotto le sottane ("sóch") lo scaldino ("piróta").  
La vita di cortile anticamente era fatta di povertà, di umiltà, onestà e di rispetto reciproco, la serratura della porta di casa aveva solo una chiave, era talmente grossa che si lasciava o sotto lo zerbino o in qualche posto seminascosto, la mia la mettevo sulla finestra sotto la spazzola di saggina (brüstiga), tutti sapevano dove si metteva, ma nessuno osava toccarla. Per qualsiasi bisogno bastava chiedere, l'uno o all'atro era sempre disponibile, a volte succedeva (specialmente tra donne), che per colpa dei bambini o degli animali da cortile qualche discussione c'era, ma poi ci si dormiva sopra e tutto ritornava come prima.  
Oggi di vecchi cortili ne sono rimasti pochi, e quelli rimasti non sono più quelli di una volta, oggi si bisticcia per lo spazio per la macchina (mentre una volta c'era a malapena la bicicletta), o per il volume troppo alto della televisione (mentre una volta non c'era neanche la radio), o per invidia perché il bambino del vicino veste "firmato", mentre una volta andavano in giro con le toppe al "culo" e si portavano i vestiti che si passavano da un figlio all'altro. 
Si stanno perdendo le vecchie tradizioni, la campagna è quasi totalmente abbandonata, gli orti di casa, quei pochi rimasti, sono coltivati dalle persone anziane (le giovani coppie preferiscono la verdura "di plastica" dei supermercati), gli animali da cortile si vedono solo sulle foto, il dialetto sta scomparendo e l'amicizia quella "vera" è scomparsa, non si riconoscono più neanche fra coetanei o compagni di classe, potrei continuare ancora con esempi di "trapassato", mi dilungherei troppo e sarebbe troppo penoso il ricordo dei bei tempi passati e che non ritornano più.   
 
Nella foto di gruppo, (per gentile concessione della sig. Serafina Colombi in Dettoni) c'è tutta la rappresentanza di un vecchio cortile ancora esistente (io compreso, il più piccolo a destra) in Via Torino al civico 45, che ricordo con molta nostalgia. 
 
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La skìrpa (dote della sposa)  
 
Redatto in carta bollata da £. 1. e in data 27 marzo 1909 da due casoratesi super DOC 
 
Una volta i fidanzamenti erano un po' casuali, nel senso che i giovani si conoscevano tramite amici, parenti, vicini di casa e genitori (saranno stati i matrimoni di interesse come succede anche oggi), si incontravano a casa il giovedì e domenica in presenza dei genitori. Aggiunge sottovoce la signora Olga: "però i bambini nascevano lo stesso", lasciando supporre che i fidanzati riuscivano a eludere il controllo scrupoloso dei genitori. Gli sposi non si baciavano perché non si usava, andavano a letto vestiti e a "lume" spento per la vergogna, si davano del Voi per rispetto e le donne portavano i mutandoni sotto alle gonne lunghe (qualcuna neanche), che però erano aperti davanti, per urinare in piedi. Per lo sposalizio niente regali perché di soldi non ce n'erano; bisognava però rispettare la famosa "schìrpa", una sorta di dote che entrambe le famiglie dovevano fornire agli sposi. Era usanza molto diffusa affidarsi al ("marusé ") sensale che, "sentiti" i pareri favorevoli dei genitori, parenti e dei due interessati, veniva combinato il matrimonio, se il matrimonio andava a buon fine, al sensale le veniva regalato una camicia. Durante il periodo fascista fra moglie e marito era inoltre d 'obbligo il "voi" che Mussolini aveva istituito in luogo del "lei". Detto di una volta:  
o spusàs o munegàs, o sposarsi o andare a monaca. 
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Patente di abilitazione di 1° Grado (ora patente di guida) 
 
 
 
 
 
 
Licenza di Porto d'Armi 
 
 
 
Notasi eravamo ancora in provincia di Milano nel 1924 
 
 
 
Un ringraziamento particolare al signor Enrico Richelda e la moglie Ambrogina, per aver messo a disposizione questi preziosi e antichi documenti originali  unici dei loro nonni casoratesi DOC.  
 
Il primo libretto sanitario del 1928 
La "SCIETÀ DI MUTUO SOCCORSO" 
FRA GLI OPERAI E CONTADINI  
CASORATE SEMPIONE 
 
 
 
 
Le pagine interne sono a disposizione a chi potrebbero interessare. Ringrazio il sig. Mario Parolo per la sua cortesia nel fornire materiale di rara reperibilità. 
 
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